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Storia

Etimologia del nome

Il toponimo proviene dall’omonimo Santo, a cui era dedicata la chiesetta di San Martino che probabilmente era ubicata nei pressi dell’attuale centro abitato, in località chiamata nel catasto comunale del 1825 San Martino Vecchio, e dalla tradizione popolare Qisheza (La chiesetta) o Qisheza e vjetër (la chiesetta vecchia). Nel sito si trovano delle cripte, con intorno i ruderi di quella che fu la struttura sovrastante. La seconda parte del toponimo è costituita dal nome del torrente Finita che scorre nelle immediate vicinanze del paese, questo è stato aggiunto con R.D. del 22 gennaio del 1863.


Origini

San Martino fu fondato nella seconda metà del XV secolo, da un gruppo di famiglie provenienti dall'Albania sud-occidentale, in particolare dalla Ciamuria, in seguito all'occupazione dei Balcani da parte dei turchi ottomani. La prima notizia storica documentata risale al 1503, quando i Percettori Provinciali Regi - che avevano la loro sede a Cosenza - eseguirono un censimento, a fini fiscali, dei villaggi albanesi della Calabria Citeriore: in quella occasione, a "Sancto Martino" furono attribuiti 22 pagliara (o fuochi) per un totale di circa 80 abitanti. Un successivo censimento fiscale di cui si ha notizia, anch'esso circoscritto alle comunità arbëreshë della Calabria Citeriore, fu eseguito dagli Ufficiali Regi nel 1543. La popolazione di "Sancto Martino" risultò allora formata da 241 abitanti e suddivisa in 71 "fuochi", ossia nuclei familiari. I cognomi arbëreshë più diffusi erano: Basti, Bua, Calì, Camideca, Cartofiloca, Clavaro, Coppola (Kopullë), Dardes, Di li Cririssi (Kurissi o Curisti), Drames, Ferraro, Gliossia, Golè, Greco, Malicchia, Migliano, Mosacchio, Namila, Pillora, Radi, Rotundo, Silves, Spata, Sulla, Tozio (fra i cognomi prevalgono Drames e Tozio ovvero Toccio).[2] All'epoca dell'arrivo degli Albanesi, avvenuto in una data successiva al 1468 (anno della morte di Giorgio Castriota Scanderbeg), il territorio di Sancto Martino rientrava nell'immenso Stato feudale dei Sanseverino, Principi di Bisignano, e ricadeva nelle pertinenze del castello di Regina. Per l'amministrazione ecclesiastica, invece, San Martino apparteneva alla Diocesi di Bisignano. Nel 1572 - ossia cent'anni dopo la venuta degli Albanesi - risulta che il principe di Bisignano, Nicolò Bernardino Sanseverino, affittò e poi vendette definitivamente il castello di Regina, assieme alla giurisdizione criminale dei casali di San Benedetto Ullano e di San Martino. Da un Parlamento del 1573 risulta che è barone di San Martino Francesco Russo. Nel 1613 il feudo è in possesso di suo figlio Gio: Giacomo Rossi Alimena, che elegge suo governatore Pompeo Dattilo di Cosenza. Nel 1620 il feudo passa a sua figlia Beatrice che sposa Ottavio Rossi di Montalto. Il 21 maggio 1634 ottiene il beneficio, insieme al feudo Di Felice (oggi Falerna) per un valore di 10.000 ducati quale beni dotali, la loro figlia Camilla che va in sposa a Fabio Alimena di Montalto. Il 9 dicembre 1661 Fabio Alimena, che morirà l’anno successivo, fa stilare il suo testamento. Lascia al suo primogenito Alfonso i feudi detti Poligrò, Yipso e Marri nel territorio di Cerenzia. Nel 1663 muore anche il barone Ottavio Rossi e il feudo di San Martino passa a sua figlia Camilla che elegge suo procuratore il figlio Alfonso, il quale ne entra in possesso alla morte della madre, avvenuta nel 1690. Con quest’atto il feudo di San Martino passa definitivamente sotto la casata degli Alimena che, anche con il titolo di Marchese (privilegio del 20 marzo 1730 concesso a Pietro Paolo Alimena primogenito di Alfonso) lo possiede fino all’eversione della feudalità (1806)[3].

Brigantaggio e Risorgimento

Durante tutto l’800 la Calabria e il Regno di Napoli furono interessati dal fenomeno del Brigantaggio. Con la rivoluzione giacobina i paesi della Calabria insorsero e in tutti i paesi arbëreshë fu fissato l’Albero della Libertà ma in seguito all’occupazione francese nella provincia vennero organizzate rivolte e azioni contro l’esercito occupante. Nelle Condanne della Commissione Francese del 24 ottobre e del 3 novembre del 1806 compaiono condannati alla pena di morte tramite impiccagione individui di diverse comunità arbëreshë ma nessuno di San Martino di Finita. In seguito alla Restaurazione e al ritorno al potere dei Borboni il brigantaggio continuò ad estendersi contro il regime restaurato e i nuovi governanti, cosicché il fenomeno interessò anche San Martino di Finita e i Comuni limitrofi. Nei processi per brigantaggio del 1843 compaiono i nomi di diversi Sammartinesi, alcuni dei quali insieme ad imputati di altre comunità[4].: Vincenzo Licursi, fu Filippo, anni 36, sarto di San Martino fu imputato dell’omicidio premeditato di Gennaro Licursi, e del mancato omicidio di Ludovico e Vincenzo Licursi. Fu condannato alla pena di morte da eseguirsi col laccio sulle forche. Giuseppe Licursi, fu Filippo, di anni 32, fratello del suddetto Vincenzo, bracciale di San Martino, fu anche egli condannato alla pena di morte. Matteo Zavatto, fu Matteo, di anni 27, massaro di San Martino e suo fratello Francesco, bracciante 27enne, che ne ’37 risulta latitante, furono entrambi condannati alla pena di morte.[5]. Nel processo della Gran Corte Criminale di Calabria Citra del 1851 furono condannati: Andrea Musacchio alias Cancello accusato di d’incesso per la campagna in comitiva armata commettendo misfatti e delitti in agosto del 1851, di omicidio premeditato a colpo d’arma da fuoco in persona di D. Nicola Alimena, il 31 luglio 1851. Furono accusati inoltre per complicità nell'omicidio e altri delitti: Arcangiolo Donadio alias Mastronicola, Salvatore Pollera alias Arignano, Francescantonio Pinnola Michele Tocci Ceraso, Giovan Battista Turco di Guardia domiciliato in San Martino, Giuseppe Ferraro Pistacchio, Antonio Marrello di Ajello domiciliato in Sammartino, Gerardo Cittadino, Francesco Musacchio, Arcangelo e Dionigio Musacchio, Domenico Cistaro fu Ambrogio.[6]. Andrea Musacchio e Michele Tocci morirono dopo qualche mese di tisi nel carcere di Ventotene[7]. Nei fatti i sammartinesi diedero un importante contributo al Risorgimento. Nei processi politici della Gran Corte Criminale eseguiti dal 1848 al 1854 furono condannati per associazione in banda armata con oggetto di distruggere e cambiare il Governo, con avervi esercitato impiego, funzione e comando, in giugno del 48: Pasquale Cavallo, Luigi Musacchio, Domenico, Vincenzo e Francescantonio Pinnola, Agostino, Alessandro, Samuele e Angelo Tocci, Domenico Cistaro e Giuseppe Drammis.[8]. Il 1860 è sindaco Samuele Tocci; la Forza Armata di San Martino è composta da 166 militi un Capo Compagnia (Domenico Pinnola), 2 Capo Plotone (Pasquale Cavallo e Samuele Tocci), 4 Capo Sezione (Paolo Garrafa, Stefano Carci, Francesco Migliani, Arcangelo Pinnola), 9 Capo Brigata e 18 Sotto Capo Brigata. Risulta dalla Situazione della Forza Armata, Guardia Nazionale, redatta dal Capo Plotone, Pasquale Cavallo, il 15 dicembre del 1860, che il Capo Compagnia Domenico Pinnola, un Capo Sezione, due Capo Brigata, quattro Sotto Capo Brigata e 38 militi sono partiti volontari al seguito del generale Giuseppe Garibaldi, e si trovano in Napoli e dintorni. Dunque, 46 militari sono partiti unendosi alle truppe garibaldine. Tra loro vi sono: Domenico e Arcangelo Pinnola, Agostino e Francesco Tocci che combatterono al Campo di Agrifoglio a Capua.[9] Dal 1 luglio al 31 dicembre del 1866 Giuseppe Pinnola, figlio di Domenico, trovandosi in servizio di leva, andò a combattere per sei mesi la battaglia Garibaldina contro gli Austriaci e per questo ebbe la medaglia all’onore nel 1914.[10] Il 1872 furono processati per brigantaggio e diversi delitti Agostino, Francesco e Gervasio Tocci[11].

 

Note

   1. ^ Leopoldo Pagano, Il regno delle due Sicilie, Calabria Citeriore, Monografia di Bisignano, Napoli, 1857,n.2 (Biblioteca Civica di Cosenza).
   2. ^ Domenico Zangari, Le colonie italo-albanesi di Calabria, Editore Casella, Napoli 1941.
   3. ^ Archivio di Stato di Cosenza, Notai, Luca Gizzinosi, Giacomo Presbiteris, Giulio Apicella, Saverio Gizzinosi; Cfr. Vincenzo La Vena e Vincenzo Perrellis, Tradita Muzikore e Shën Mërtirit - La tradizione musicale di San Martino di Finita, L.I.M., Lucca, 2009.
   4. ^ Giovanni Sole, Viaggio nella Calabria citeriore dell'800 (pagine di storia sociale), Amministrazione Provinciale di Cosenza, Cosenza, 1985.
   5. ^ Archivio di Stato di Cosenza, Brigantaggio, Decisioni, 1843, vo 247, f. 41
   6. ^ Archivio di Stato di Cosenza, Gran Corte Criminale, Decisione di Competenza 1851, pp.185-188
   7. ^ Archivio Storico Comunale di San Martino di Finita, Stato Civile
   8. ^ Giuseppe Carlo Siciliano, L'utopia popolare della Repubblica, Gli Arbëresh e la Gran Corte Criminale, Processi Politici dal 1848 al 1854, Falco editore, Cosenza, 2006.
   9. ^ Archivio di Stato di Cosenza, Intendenza-Contenzioso Amministrativo, B 173, F. 3576, C. S. 11, C. B. 1.
  10. ^ Archivio Privato di Domenico Pinnola.
  11. ^ Archivio di Stato di Cosenza, Brigantaggio, 1872, b.15, f.504.

Fonte: Wikipedia

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